I MIGLIORI ALBUM DELLA NOSTRA VITA
11:52LUCIO BATTISTI
"Anima Latina" (1974)
Nel 1974, Lucio Battisti si trova in una posizione invidiabile rispetto a tutto il panorama della musica italiana. Il suo lavoro fino a quel momento è stato costellato da un successo dietro l'altro, con albums e singoli che sono entrati nell'immaginario collettivo. Tanto spontaneo nella composizione, quanto meticoloso nella realizzazione in studio, Battisti ha trasformato il gusto musicale degli italiani riuscendo nell'impresa titanica di rendere accessibile a tutti (anche a quelli che lo criticavano in nome di un impegno politico e sociale mancante) un modo di concepire il pop come tradizione e sperimentazione. Chi comprava i suoi dischi si trovava immancabilmente di fronte a pezzi dall'impatto immediato vicine a cose dal sapore decisamente straniante. Da "Amore e non Amore" in poi (l'album che contiene canzoni cantate dal titolo corto e pezzi strumentali dal titolo lunghissimo) queste due anime hanno viaggiato parallelamente. Quello che rende "Anima Latina" un disco speciale, è proprio la fusione di questi due mondi in qualcosa di assolutamente unico in tutta la sua produzione. In "Anima Latina" non c'è nessun classico battistiano (di quelli che riempiono le compilation per intenderci) eppure è proprio qui che Battisti e Mogol raggiungono un intesa perfetta.
Battisti trova ispirazione di ritorno da un viaggio con Mogol in Sudamerica, in cui i due visitano il Brasile e l'Argentina. Tutti gli stimoli accumulati durante il viaggio da l'occasione a Battisti di svincolarsi dalla concorrenza dei cosidetti "cantautori sentimentali" quali Baglioni o Cocciante che cominciavano a mietere successi seguendo le sue orme, spostandosi su un territorio più vicino al progressive della PFM, Banco o Orme senza però abbracciarne completamente la filosofia musicale. Se infatti la struttura dell'album può far pensare ad un concept (con brani che hanno una struttura svincolata dalla canzone classica e legate da intermezzi che riprendono le melodie delle canzoni principali), la musica e le liriche dell'album hanno poco a che fare con il progressive, cosi come poco ricordano le musiche dei paesi ai quali si ispira. Quello che viene fuori da questo intreccio di antico e moderno, acustico ed elettronico è un disco complesso e mai complicato. Sin dalle note d'apertura di "Abbacciala, Abbracciali, Abbracciati" si capisce che qualcosa è cambiato. La voce messa così poco in risalto richiede uno sforzo maggiore nel comprendere i testi (che sono i migliori che Mogol ha scritto) mentre la musica diventa la vera protagonista. "Abbracciala" sembra un brano che ha l'atmosfera di un risveglio che ci porta verso "Due Mondi", l'unico brano che ha un sapore vagamente sudamericano, cantato in coppia con Mara Cubeddu. Con "Anonimo" però le cose prendono una piega diversa, con un brano che supera i sette minuti e che con i suoi cambi di atmosfera è il brano più complesso dell'album insieme a "Macchina del tempo" che virtualmente lo chiude. Ma c'è spazio anche per un ironica autocitazione de "I Giardini di Marzo" suonata come una marcetta per banda, quasi a prendere le distanze dal proprio mito per ribadire che come artista, Battisti era sempre più avanti del suo stesso pubblico. Nel disco trovano ancora spazio momenti più vicini al Battisti classico come ne "Il Salame" ma anche ad un monumentale brano quale è la traccia che da il titolo all'album, vero e proprio capolavoro musicale e lirico.
Dopo "Anima Latina", Battisti continuerà la sua lunga cavalcata di successi per tutti gli anni 70, ma non sarà mai più in grado di essere così tradizionale e sperimentale come in questo album. Quando deciderà di averne abbastanza, farà a pezzi il proprio mito con quattro album dell'era Panella che punteranno decisamente alla sperimentazione avulsa da qualsiasi tradizione melodica italiana. "Anima Latina" rimane quindi un pezzo unico, non solo nella discografia di Battisti, ma anche nell'intero panorama della musica popolare italiana. Rimane sempre il dubbio di quale sarebbe stata l'importanza di Battisti se non fosse stato limitato dal fatto di essere italiano. A me piace pensare, almeno per una volta, che sono gli altri che si sono persi qualcosa.
INTERPOL - "Interpol"
09:15Gli Interpol in questi anni sono stati un gruppo frustrante. Dopo il loro fulminante esordio del 2002 "Turn On the Bright Lights", cha ha contribuito non poco a rimettere New York City al centro della musica rock indipendente, hanno dato alle stampe altri due album che lasciavano presagire la classia parabola discendente di un gruppo che non aveva saputo evolversi. Non che non c'era un evoluzione, ma sembrava più una ricerca verso un equilibrio che potesse allargare le fortune del gruppo conuigando la loro parte decisamente angosciante, con strizzate d'occhio verso una pulizia sonora che puntava alla classifica. Il risultato è stato quello di creare un suono decisamente unico ma poco soddisfacente soprattutto in "Our Love to Admire". Questo disco quindi non godeva dell'attesa che in genere viene riservata a gruppi di tale importanza, almeno non da parte mia. La cosa che faceva ben sperare era un ritorno alla Matador. La speranza che il ritorno ad un etichetta indipendente potesse significare un ritorno ad un suono più autentico è parzialmente riuscito ma "Interpol" sembra più un disco interlocutorio per qualcosa che deve ancora avvenire. Significativo il fatto che il disco non contenga nessun brano che potenzialmente potrebbe essere un singolo. I pezzi che lo compongono sono costruiti su ripetizioni ed insistenze che sembrano sempre fermarsi un attimo prima di partire, anche in quelli migliori che, forse non a caso, si trovano tutti nella seconda metà del disco (vedi "Try It On", "Always Malaise" e la conclusiva "The Undoing"). Ma se da una parte la frustrazione rimane, qui è di tutt'altra natura. C'è la sensazione infatti che il gruppo abbia in qualche modo ricominciato ad evolversi e quindi "Interpol" sembra la premessa ad un discorso musicale che però, almeno in questo disco, non arriva. Ma si è almeno riaccesa la curiosità di vedere e capire dove gli Interpol si muoveranno anche alla luce dell'uscita dal gruppo del bassista Carlos Dengler dando per scontato che un altro disco a nome Interpol ci sia in futuro.
MAGIC KIDS - "Memphis"
02:40Sarebbe troppo facile liquidare i Magic Kids come la versione 2010 dei Beach Boys. Indubbiamente il paragone viene subito alla mente, ma se dovessimo basare il giudizio a secondo delle influenze, quanti gruppi potrebbero salvarsi? Quello che a mio avviso ci regalano questi ragazzi, è un piccolo capolavoro pop. Le undici canzoni che formano "Memphis" hanno non solo il pregio di essere concise da superare raramente i famosi tre minuti, ma quello che succede in quei tre minuti è un esplosione di creatività messa a servizio della canzone senza una sola nota in più. Tanto più si ascolta il disco, tanto pù ci si dimentica della prima impressione e l'orizzonte si allarga. Il campo delle influenze passa in secondo quando ci si lascia prendere dalla magia che i ragazzi sono stati in grado di mostrare. "Memphis" è come quel piatto che ci piace e che dopo averlo assaggiato si vuole scoprire di quali ingredienti è fatto e più si sposta l'attenzione dall'ingrediente principale più si apprezza la maestria con il quale sono state messe insieme tutte le parti. L'intervento dell'orchestra, il coro di bambini, i cambi armonici con accordi sorprendenti, gli spazi che ogni tanto si aprono all'interno di pezzi riducendo tutto ad un solo strumento, sono solo alcune delle cose che descrivono "Memphis". Difficile è decidere dove l'album raggiunge il suo apice, ma di tutte le canzoni quella che preferisco è senza dubbio "Summer", con la sua splendida melodia, ed un arrangiamento perfetto anche nella sua coda in stile samba. Se queste sono le premesse ed il biglietto da visita con cui i Magic Kids si presentano sulla scena non è difficle aspettarsi un capolavoro da qui a qualche anno.
JOHN MELLENCAMP - "No Better than This"
03:16C'è un aspetto estetico che circonda il nuovo album di John Mellencamp che risulta tanto importante quanto le 13 canzoni che compongono l'album. Quello che era nelle sue intenzioni (ed in quelle del suo partner T-Bone Burnett) era quello di ricreare l'atmosfera dei dischi come si facevano prima o durante l'avvento del rock'n'roll. In una sorta di rifiuto totale della modernità, quindi, il disco è stato registrato con un solo microfono intorno al quale hanno suonato tutti i musicisti, e con apparecchiature degli anni 50. Il disco quindi è in mono. Non contento di ciò, ad aggiungere un aura sacra sono i luoghi in cui Mellencamp ha deciso di registrare questi pezzi che comprendono i leggendari Sun Studios di Memphis (quelli dove hanno registrato Elvis Presley, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins, Roy Orbison etc), la First African Baptist Church e, come ciliegina sulla torta, la stanza 414 del Gunter Hotel di San Antonio, la stanza cioè in cui ha inciso proprio il grande Robert Johnson. Tutto questo sarebbe già stato sufficiente a far parlare dell'album, se non fosse che Mellencamp sembra aver assorbito da quei posti un ispirazione genuina che lo ha portato a pubblicare uno dei suoi album più belli. L'album è avvolgente come una coperta calda in una notte d'inverno, e sin dalle prime note di "Save Some Time to Dream" si capisce che saremo testimoni di un passato che seppur archiviato, parla ancora con voce forte ed originale. Il folk, il rockabilly, le venature blueseggianti, sono ancora presenti in molti gruppi moderni, ma in questo disco così diretto, ci ricordano la vera funzione della musica popolare, quella cioè di raccontare la vita così com'è, così come la vivono tutti e che quindi tutti possono capire. Meglio di così, insomma, proprio non si poteva.
ISOBEL CAPBELL & MARK LANEGAN - "Hawk"
04:00Giunti alla pubblicazione del loro terzo album insieme, la collaborazione della ex vocalist dei Belle & Sebastian e dell'ex Screaming Trees Mark Lanegan, non sembra più strana. Per chi ha seguito la coppia nei due dischi precedenti ("Ballad of Broken Seas" del 2006 e "Sunday at Devil Dirt" del 2008) è un gradito ritorno ed un ulteriore conferma delle loro qualità artistiche. Le voci dei due protagonisti si fondono insieme come due estremi che si toccano, ed a farla da padrona è ancora quella atmosfera da bar notturno con Campbell & Lanegan su un palco a cantare per i pochi avventori del locale intenti a bere ed a lasciarsi accompagnare da quelle note. Sebbene per questo disco Mark Lanegan non compare in un nessun pezzo come autore, la sua voce diventa preziosa soprattutto nelle interpretazioni di due pezzi di Townes Van Zandt "Snake Song" e soprattutto nella toccante "No Place to Fall". In tutto questo non mancano due belle incursioni nel rock blues corposo con "Get Behind me" e soprattutto con la title track, particolare perchè strumentale, denotando un certo coraggio per un album di un duo che fa del contrasto delle voci la loro forza. Passata la novità, quindi, resta la certezza che la coppia ancora trova stimoli per lavorare insieme e regalarci il motivo per spegnere la radio ed accendere il cuore.
DARKER MY LOVE - "Alive As You Are"
07:30Appena inizia l'arpeggio di chitarra e poi le voci armonizzate di "Backseat", il brano di apertura del nuovo album dei Darker My Love, si ha quasi l'impressione che all'nterno della custodia sia finito il disco sbagliato, una specie di difetto di fabbrica. Tale è il cambio di direzione preso dal gruppo californiano di Los Angeles, con due album alle spalle di rock pieno di chitarre effettate che li avvicinavano più ai My Bloody Valentine. "Alive as You Are" è tutto un altro affare. Non sarà certo un caso che per registrare questo disco i Darker si siano lasciati alle spalle le spiagge losangeline per approdare nella capitale storica della psichedelia, San Francisco. Quello che ne viene fuori è un salto in un passato glorioso che unisce l'influenza di gruppi che hanno fatto della California la meta ideale per molti gruppi dalla metà degli anni 60. Così aleggiano dietro le spalle dei Darker, le ombre giganti di CS&N, dei Byrds, dei Grateful Dead e quindi, di conseguenza, anche dei Beatles. Immagino che tutto questo può avere un duplice effetto su chi ascolta: dopo lo straneamento per il sorprendente cambio di direzione, si può rifiutare come una voglia di cercare un qualche riscontro commerciale, o abbracciare nel senso di una rivelazione di autenticità del gruppo prima celata dietro un muri di effetti. Quello che è certo è che le canzoni sono tutte ben strutturate e funzionano benissimo nel creare quella sensazione familiare e nuova allo stesso tempo. "Alive as You Are" è quindi alla fine un disco che più che "dire" qualcosa, ribadisce un concetto già conosciuto, cioè che il rock semplice e diretto ha sempre fatto una lunga strada perchè quando si arriva alla testa attraverso il cuore, le cose restano.
BENTORNATI!
06:44
Allora...sono finite le vacanze, si ritorna al lavoro (chi ce l'ha), e si puliscono le orecchie dalle musichette che hanno accompagnato i nostri bagordi estivi. Io sinceramente non ho nessun motivetto da appiccicare a quest'estate. Ricorderò il 2010 probabilmente come l'anno in cui ho iniziato a scrivere questo blog e quindi a scoprire e conoscere nuovi artisti e gruppi che, aggiunti alla lista di quelli che conoscevo già, mi danno l'idea di quanto sono ignorante. In questi quattro mesi che ci dividono dalla fine dell'anno tanta altra musica uscirà, ed io spero di apportare quelle modifiche al blog che ho pensato sin dalla sua creazione, soprattutto perchè spero vivissimamente di continuare a sriverlo da New York e non più da Roma.Spero di andare a vedere tanti concerti, di fare belle foto, e di scrivere articoli anche sul Mucchio Selvaggio, probabilmente l'unica rivista musicale italiana decente che ancora esiste (il mio primo articolo sui Morning Benders lo potete trovare sul mucchio.it alla sezione "in primo piano"). Per il momento mi limito ancora a recensire cose che ritengo interessanti ed album del passato che sono importanti. Continuate a seguirmi e spero comincerete ad essere più interattivi di quanto non lo siate stati fin ora.
Comunque vi ringarzio tutti per il sostegno.





